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1.6 Varie tipologie di bullismo e cyberbullismo

Bullismo

Esistono diversi modi di mettere in atto forme di bullismo. 

Può essere fisico, quando si attua attraverso aggressioni e prevaricazioni per l'appunto fisiche (colpire, calciare, spintonare, percuotere, pizzicare o aggredire con oggetti). Ma può riferirsi anche ad una violenza sulle cose o contro le proprietà, attraverso, ad esempio, la sottrazione di oggetti, il danneggiamento degli stessi, o estorcendo denaro al target. In genere questa è la forma più semplice da individuare. 

Può manifestarsi però anche in una forma verbale, attraverso insulti, prese in giro, aggressioni verbali. Significa deridere, schernire ripetutamente il target, apostrofarlo/a con nomignoli umilianti, fare commenti riguardo al modo di vestire o parlare, fare commenti razziali o sessisti. Questa forma di violenza reiterata nel tempo comporta un progressivo e deleterio logoramento interiore nel target. Ma esiste anche la violenza indiretta o psicologica, ​che si attua prevalentemente attraverso la divulgazione di maldicenze, l’esclusione intenzionale, la diffusione di pettegolezzi fastidiosi o attraverso minacce, umiliazioni e derisioni. Si definisce invece relazionale quando comporta l’isolamento della vittima. Anche ignorare qualcuno rientra in questa forma di bullismo. Questa in particolare si riferisce ad una forma di «aggressione» che si manifesta soprattutto sotto forma di «subdolo pettegolezzo» e che riguarda maggiormente il sesso femminile, più che quello maschile.

Cyberbullismo 

Il cyberbullo può infliggere una violenza o un danno psicologico immediato e a lungo termine al proprio bersaglio attraverso vari modi: 

  • Cyberbashing

  • Harassment o Put Down

  • Denigration

  • Cyberstalking

  • Flaming

  • Impersonation

  • Exclusion

  • Outing o Trickery

  • Exposure

  • Sexting

  • Sextortion


CYBERBASHING

Il CYBERBASHING è la forma di cyberbullismo più frequente e si evidenzia quando una vittima viene aggredita, colpita o molestata mentre un gruppo di spettatori riprende la scena con la fotocamera del telefono per poi divulgare le immagini e i filmati nel web. 

Le prevaricazioni digitali sono all’ordine del giorno e vengono utilizzate dai ragazzi al fine di umiliare, attaccare e denigrare gli altri, molte delle quali sono sconosciute a gran parte degli adulti.

Si tratta di forme di violenza, spesso agite in branco, in cui viene utilizzata la forza fisica con l’intento di far male: ragazzi che si prendono a pugni e a calci, ragazze che si picchiano e si tirano i capelli mentre gli altri restano a guardare ciò che accade, senza intervenire, se non a commentare e ad incitare a continuare, mentre registrano il tutto dietro lo schermo di uno smartphone. I video sono poi postati su gruppi e pagine con l’hashtag WorldStar, diffuse in più parti del mondo: ormai per essere visibili e popolari, ricevere like, commenti e condivisioni su un video che attira l’attenzione, si fa davvero di tutto.

Parliamo di 4 adolescenti su 100 che filmano e riprendono i compagni nel mentre che vengono picchiati e subiscono violenze fisiche, senza minimamente intervenire, lasciandoli alla mercé di questo tipo di violenze (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza).

L’aspetto più allarmante è la condivisione, l’apprezzamento e l’istigazione all’odio che c’è in rete: in pochissimo tempo, infatti, i filmati raggiungono migliaia di visualizzazioni e like. Nessuno interviene, anzi, la maggior parte di chi visiona questi video è come se stesse guardando un film, ride, si diverte, si esalta, commenta con insulti e condivide, alimentando il fenomeno.

Le pagine dove sono raccolti questi filmati sono state segnalate e chiuse più volte ma poi riaperte con altri nomi, tanto che la maggior parte dei video resta reperibile in rete, attivando un effetto contagio potentissimo.

Si rischia di favorire una normalizzazione, una maggiore accettazione di tali comportamenti da parte di chi è già propenso a questo tipo di violenze. C’è anche una profonda deresponsabilizzazione in coloro che guardano e non fanno nulla perché non si sentono coinvolti in prima persona, perché si coprono dietro al fatto che “non sono loro a fare a botte”. Lo schermo, inoltre, deumanizza, spoglia dei sentimenti e delle emozioni, in chi non si mette minimamente nei panni della vittima e non mostra alcuna solidarietà nei suoi confronti.

In questi ragazzi, manca totalmente la consapevolezza di ciò che fanno sia verso se stessi che verso gli altri, non riuscendo a capire il limite tra gioco, divertimento, prevaricazione e violenza. Manca un’educazione su tutti i fronti, che deve coinvolgere anche tutti quegli spettatori che, se intervenissero subito e se non condividessero, potrebbero almeno arginare questo tipo di fenomeni così violenti.


HARASSMENT e PUT DOWN

L’HARASSMENT (che significa molestia) consiste nell’invio ripetuto di messaggi offensivi, sgradevoli, diffamatori ed ingiuriosi, che vengono inviati, in modo ripetuto nel tempo, attraverso i mezzi tecnologici (chat, email, sms, blog, telefonate anonime). 

Put down (denigrare): ovvero denigrare qualcuno attraverso e-mail, sms, post inviate ad un blog, ovvero un gruppo di persone. Tale strumento mira a colpire non la persona per come realmente è, ma la sua reputazione agli occhi degli altri, che viene compromessa non solo nel web ma anche da tutti coloro i quali sono informati dal cyberbullo.

Si tratta, dunque, di una relazione sbilanciata nella quale, come nel tradizionale bullismo, la vittima è sempre in posizione one down (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971), subisce, cioè, passivamente le molestie o, al massimo, tenta, generalmente senza successo, di convincere il persecutore a porre fine alle aggressioni. Può talvolta anche accadere che il target replichi ai messaggi offensivi con comunicazioni altrettanto scortesi ed aggressive con l’unico intento di far cessare i comportamenti molesti.In alcuni casi, il cyberbullo, per rafforzare la propria attività offensiva, può anche coinvolgere i propri contatti on line (mailing list), che, magari pur non conoscendo direttamente lo studente target, si prestano a partecipare alle aggressioni on line (si potrebbe definire il fenomeno “harassment con reclutamento volontario”, Pisano, 2008).

Ecco una storia esplicativa di questo fenomeno:

“Valeria è felice. Finalmente, dopo mesi, è riuscita a mettersi insieme a Manuel, il ragazzo di seconda che le piaceva fin dall’inizio della scuola. Ha superato la timidezza e sabato, alla festa di Luca, ha chiesto a Manuel se voleva stare con lei. Lui, dopo un lunghissimo istante di silenzio, ha detto sì. Valeria è al settimo cielo e scherza con le amiche via chat. C’è chi scherza dicendo che è fortunata ad avere un ragazzo così bello e chi le fa i complimenti per la conquista. Valeria ride, imbarazzata e felice al tempo stesso. 

Poi lo smartphone trilla nuovamente: è un sms da un numero sconosciuto. Il messaggio è brutale: “Te la faccio pagare”. Valeria è stupita, pensa sia un errore, un messaggio destinato a qualcun altro. Poco dopo, lo smartphone trilla di nuovo: è lo stesso numero, e il messaggio è ancora più minaccioso. Valeria sbianca, deglutisce lentamente. Poi si fa coraggio e scrive: “Chi sei?”. Nessuna risposta. 

Per il resto della giornata, l’utente misterioso non risponde e non la cerca. Lo stesso accade il giorno dopo, così Valeria torna a essere tranquilla. Finalmente può pensare solo a Manuel, con cui si scambia una serie infinita di messaggi dolci. 

Ma dopo tre giorni, il numero sconosciuto ritorna, e questa volta non lascia scampo a dubbi: “Mi hai rubato Manuel”. Valeria si sente invadere dalla rabbia: lei non ha rubato il ragazzo a nessuno, è Manuel che l’ha scelta. Prova a capire chi sia il mittente, ma non riesce ad avere informazioni certe. 

E intanto i messaggi aumentano, diventano una costante delle sue giornate, come la paura che le attanaglia lo stomaco ogni volta che il telefono squilla. Valeria inizia anche a temere il tragitto da casa a scuola: ha paura che qualcuno arrivi all’improvviso a farle del male. E alla fine decide di troncare con Manuel. Non vuole più vederlo, perché il disagio accompagna ogni momento passato con lui.”


DENIGRATION

La DENIGRATION consiste nella diffusione online di maldicenze, menzogne o dicerie, pettegolezzi, ​spesso di tipo offensivo e crudele, allo scopo di ​diffamare o insultare qualcuno o danneggiare la sua reputazione e i suoi rapporti personali.

I cyberbulli possono, infatti, inviare o pubblicare su internet immagini (fotografie o videoclip) alterate del target, ad esempio, modificando il viso o il corpo dello studente target al fine di ridicolizzarlo, oppure rendendolo protagonista di scene sessualmente esplicite, attraverso l’uso di fotomontaggi.

In questi casi, i coetanei che ricevono i messaggi o visualizzano su internet le fotografie o i videoclip non sono, necessariamente, le vittime (come, invece, prevalentemente avviene nell’harassment e nel cyberstalking) ma spettatori, talvolta passivi del cyberbullismo (quando si limitano a guardare), più facilmente attivi (se scaricano – download – il materiale, lo segnalano ad altri amici, lo commentano e lo votano).

Dunque, a differenza di quanto avviene nel cyberstalking, l’attività offensiva ed intenzionale del cyberbullo può concretizzarsi in una sola azione (esempio: pubblicare una foto ritoccata del compagno di classe), capace di generare, con il contributo attivo, ma non necessariamente richiesto, degli altri utenti di internet (“reclutamento involontario”,Pisano, 2008), effetti a cascata non prevedibili.

Ricordiamo, infine, che la denigration è la forma di cyberbullismo più comunemente utilizzata dagli studenti contro i loro docenti: numerosi sono, infatti, i videoclip, gravemente offensivi, presenti su internet, riportanti episodi della vita in classe. In alcuni casi le scene rappresentate sono evidentemente false e, dunque, ri-costruite ad hoc dallo studente, talvolta sono, purtroppo, vere.

Ecco un esempio concreto:

“Marco è al primo anno di scuola media ed è approdato in una classe dove non conosce nessuno: stringere nuove amicizie è difficile. A rompere il ghiaccio, ci pensa Annalisa: dopo aver chiesto il numero di cellulare a tutti, la sua compagna crea su WhatsApp il gruppo di classe. I ragazzi iniziano a interagire. C'è chi scrive battute, come Giacomo, chi manda foto curiose, come Sara, e chi, come Gloria, risponde solo con emoticon sorridenti e semplici "ahah". Altri, invece, visualizzano le conversazioni ma non partecipano. Annalisa non si preoccupa: prima o poi sarà anche il loro turno.  Il gruppo su WhatsApp sembra aiutare anche nella vita reale, perché i ragazzi ora si ritrovano a parlare di quella foto condivisa o quella canzone che Sara ha linkato. 

Va tutto bene, insomma. Fino a quando non arriva il compito di matematica. Il giorno prima tutti ne parlano, e si scambiano promesse di "aiutarsi" e “suggerire”. Il dibattito, sul gruppo, continua anche al termine del test. E per la prima volta, Dario interviene.  Dario siede a due posti da Marco: sta sempre sulle sue e parla poco. I suoi migliori amici sono in altre classi e lui passa la ricreazione con loro. Durante il compito Dario è finito accanto a Marco e, per tutta l’ora del test, gli ha chiesto i risultati. Ma Marco non è riuscito ad aiutarlo perché la professoressa lo teneva d’occhio.

Dario quindi esordisce nel gruppo con un'accusa ben precisa: Marco si è rifiutato di passargli il compito. È un'accusa falsa e piena di offese. Marco cerca di giustificarsi, ma Dario continua ad insultarlo. Qualcuno prova a fermare il compagno, ma si stufa quasi subito: d'altronde il suo attacco è solo nei confronti di Marco e tutti preferiscono parlare d'altro.

Solo Annalisa scrive un messaggio privato all'amico ingiustamente attaccato: gli dice di lasciar perdere, che Dario sta dicendo solo bugie e che nessuno gli crede. A Marco, però, quelle parole dure fanno male. Non riesce a non dar loro peso. E così, quello che prima era uno spazio dove divertirsi, diventa ora un terreno di scontro, e Marco perde la voglia di interagire con i compagni…”


CYBERSTALKING

Il CYBERSTALKING consiste nell’ invio ripetuto di messaggi intimidatori contenenti minacce e offese. Può considerarsi una vera e propria persecuzione telematica a seguito della quale il target inizia a temere per la sua incolumità fisica. 

Se l’Harassment comporta prendere di mira qualcuno ogni tanto, il Cyberstalking (persecuzione online) è un incessante fuoco di fila, che punta a spaventare la vittima con minacce, anche di violenza fisica.

“È sabato pomeriggio e Mattia è andato al parco con i suoi compagni per fare una partita di calcio contro i ragazzi più grandi del quartiere. Poco prima dell'ultimo gol, quello che deciderà la sfida, Mattia vede avanzare l'attaccante della squadra avversaria. Decide di contrastarlo con un fallo piuttosto irruento, e lo atterra. I compagni recuperano la palla e segnano in contropiede.  Tra i compagni, Mattia diventa l'eroe, quello che ha salvato la partita. Ma l'attaccante della squadra avversaria non la pensa così: a un certo punto, gli si avvicina e gli sussurra qualcosa di incomprensibile all’orecchio, poi si allontana.

Il giorno dopo, Mattia trova un messaggio nella chat di Facebook. Il mittente è il ragazzo più grande, e il testo è una minaccia con un chiaro riferimento alla partita di sabato. Passano venti minuti, e all’indirizzo di posta elettronica di Mattia arriva una mail: l’oggetto è una provocazione. Un'ora dopo arrivano altre quattro mail che contengono foto violente. L'oggetto è un raggelante: "Vuoi finire così?"

Mattia non perde la calma, e decide di lasciar perdere. Spera che il ragazzo più grande prima o poi si stancherà. Ma non è così. Dopo una settimana, Mattia ricomincia a ricevere almeno dieci messaggi di minaccia su Facebook e tre mail diverse ogni giorno, piene di dettagli su cosa potrebbe succedergli se si facesse trovare in giro da solo. 

Mattia inizia ad aver paura e comincia a non voler più uscire di casa da solo. Rinuncia persino a fare il suo solito giro in bicicletta per il quartiere, cosa che aveva sempre adorato fare subito dopo pranzo. 

Dopo un mese i messaggi aumentano ulteriormente, ma Mattia preferisce non parlarne con nessuno per non fare la figura del codardo. Ma ora non esce praticamente più: anche quando è in compagnia non si sente sicuro e le rare volte che si trova con gli amici passa tutto il tempo a guardarsi intorno, preoccupato.

"Che cosa c’è? Tutto a posto?" gli chiede il suo miglior amico Francesco.

Mattia minimizza: prima o poi quel ragazzo smetterà di minacciarlo. Forse.”


FLAMING

Il FLAMING consiste in messaggi violenti e volgari che mirano a suscitare contrasti e battaglie verbali negli spazi web tra due persone che utilizzano la stessa modalità.

Il Flaming è l’offesa, pura e semplice, fatta sui social pubblici e spesso volgare, magari scritta tra i commenti del diario di Facebook o in un forum, un gruppo di discussione online.

“Paolo è molto sensibile alle tematiche per la salvaguardia dell'ambiente. Da tempo, sulla sua pagina Facebook condivide articoli, foto e filmati che, a suo parere, dovrebbero "scuotere la coscienza di tutti". E, a modo suo, qualche effetto lo ottiene. I compagni di scuola ogni tanto ironizzano, ma il più delle volte si limitano a commentare con un "Bravo! Così si fa!". Lo stesso vale per gli amici di famiglia, che apprezzano il suo impegno.

Paolo ha scelto inoltre di condividere tutti i post in forma pubblica per attirare più gente, ma nessun contatto sconosciuto ha mai commentato. Una sera, però, sotto un nuovo articolo anti-inquinamento, si presenta a sorpresa un utente chiamato Max Turbo. Il primo commento è una lunga sequenza di offese che niente hanno a che vedere con l'articolo.

Paolo decide di non rispondere: lo farà qualcuno dei suoi contatti per lui. Nessuno invece interviene, e Max Turbo continua a commentare aumentando la creatività delle sue offese. A peggiorare le cose, un paio di suoi compagni di scuola commentano divertiti per lo "stile" dello sconosciuto attaccabrighe.

A quel punto, Paolo decide di rispondere e lo fa in un primo momento con calma e diplomazia, invitando l'utente a non dire parolacce. E ottiene l'effetto contrario: Max Turbo ora se la prende direttamente con Paolo. E il ragazzo perde la pazienza e inizia a rispondergli per le rime.

I commenti diventano decine e decine. Talvolta qualcuno prova a intervenire per riportare la calma, ma inutilmente, e intanto aumentano i tifosi di entrambi i contendenti. C'è chi li sprona a osare di più e chi si schiera da una delle due parti. Il giorno dopo, il post contiene oltre settecento commenti. Paolo li rilegge tutti con una punta di rabbia e si promette solennemente che d'ora in avanti non posterà mai più nulla sui social, nemmeno quei bellissimi post per la salvaguardia della Terra per cui aveva speso tante energie.”


MASQUERADE o IMPERSONATION 

Nel caso dell’ IMPERSONATION, l'aggressore attua un vero e proprio furto d’identità, ottenendo informazioni private (password, nickname) che gli consentono di accedere all’account di qualcun altro con il fine di danneggiare la sua reputazione o prenderne possesso.

“Francesco non si è mai iscritto a nessun social. È in terza media e quasi tutti i suoi compagni sono presenti su una o più piattaforme. Per questo motivo, a volte, si sente escluso da determinati discorsi, ma non dà più di tanto peso alla cosa. Anzi, per certi aspetti, è famoso proprio perché si rifiuta di stare connesso e questa cosa fa sorridere gli amici, che lo vedono come il ragazzo “alternativo”.

Un giorno Stefano, un compagno di classe, gli si avvicina sorridendo e gli dà una pacca sulla spalla: “Hai ceduto anche te, eh? Ti sei finalmente iscritto a Facebook”. Francesco lo fissa esterrefatto: lui non ha fatto proprio nulla! Prova a negare, a dire che si sta sbagliando, ma Stefano insiste: risulta iscritto dalla sera precedente a Facebook e ha già chiesto l'amicizia a tutti i compagni. 

Francesco impallidisce: deve controllare cosa sta succedendo. Così, si fa prestare lo smartphone da Stefano e guarda quello che dovrebbe essere il suo profilo. Nella foto dell'avatar c'è il suo calciatore preferito, la data di nascita è corretta. C'è solo un post nel profilo: "Alla fine ci sono anch'io! Ciao a tutti!", seguito da un elenco di commenti di benvenuto. 

Francesco non ha idea di come fronteggiare la cosa, se non dichiarando che quello è un profilo falso. Ma l'affermazione viene accolta da una risata globale: lo sanno tutti che mancava solo lui sui social network, e di sicuro Francesco sta mentendo per attirare l’attenzione!

Il giorno dopo, la situazione peggiora: nell'arco di ventiquattro ore il falso profilo Facebook ha mandato messaggi offensivi a tutte le compagne di scuola, minacciato un paio di ragazzi di prima e condiviso link "imbarazzanti". Quando il ragazzo entra in classe viene accolto da sguardi torvi e qualche compagna lo riprende dicendo che si dovrebbe vergognare per quello che ha scritto. "Non sono stato io" ripete Francesco, ma nessuno gli crede.

E mentre il povero Francesco continua inutilmente a difendersi, in un angolo della classe Stefano aggiorna il suo profilo nuovo di zecca e totalmente falso.”


EXCLUSION (esclusione)

L’Exclusion consiste nell’ escludere ed estromettere volontariamente qualcuno da un gruppo online, da una chat, da un forum, o da altre attività, solo al fine di ferirla. 

Non invitare un compagno al gruppo di classe su WhatsApp, oppure fare in modo che su Facebook nessuno accetti l’amicizia di quella ragazza della palestra, semplicemente perché hai deciso che è antipatica, sono esempi di Exclusion.

“Luisa quest'anno ha cambiato squadra di pallavolo. È entrata in un team di ragazze che giocano insieme da sette anni, e lei ancora non conosce nessuno. Il gruppo è molto unito, e sembra non accettare di buon grado la nuova venuta.

Luisa è una ragazza solare e allegra, e non è abituata a questo tipo di accoglienza. Perciò, fin dal primo giorno di allenamento, cerca di stabilire un bel rapporto con le compagne, ascoltando, intervenendo nelle conversazioni e mostrandosi disponibile. Ma ogni sforzo cade nel nulla.

Un giorno, la palleggiatrice, Betta, le confida che questo loro atteggiamento deriva dal fatto che lei non fa parte del gruppo online della squadra, e quindi è un’esclusa. E le dice che per entrare a far parte del gruppo dovrà prima "meritarselo".

Luisa non capisce bene come acquisire questo merito, ma decide di impegnarsi il più possibile: inizia così a soddisfare qualsiasi esigenza delle compagne, che le chiedono di portar loro da bere, di prestare l’asciugamano o il pettine, di fare la doccia per ultima, quando l’acqua è ormai fredda, e così via.

Luisa la prende con ironia, come una sorta di "sfida" per conquistare la loro fiducia e cerca di non prendersela. Ma il tempo passa e, dopo due mesi, non ha ancora ricevuto nessun invito al gruppo online. In compenso, ad ogni allenamento ascolta le conversazioni divertite delle compagne che parlano di cose che hanno "messo nel gruppo". 

Luisa inizia a disperarsi: nonostante si sia comportata bene e si sia messa sempre a disposizione delle altre, non si sente accettata. Inizia a detestare gli allenamenti, comincia a non presentarsi alle partite, e i suoi genitori non riescono a capire come mai si sia spenta la sua grande passione per la pallavolo.

Luisa vorrebbe parlare con loro, spiegare che l'ingresso in quel gruppo sarebbe un passo importante per lei. Ma ogni volta che ci prova, un nodo le stringe lo stomaco e le parole sembrano morirle in gola…”


OUTING, TRICKERY ed EXPOSURE

Si riferisce alla diffusione, condivisione in rete di informazioni personali, di segreti o immagini personali; in genere la persona viene persuasa con l’inganno, a rivelare tali informazioni al fine poi di renderle pubbliche in rete. Viene vissuto come un vero e proprio tradimento affettivo. 

Trickery significa inganno, ed è uno degli attacchi più subdoli: da solo o con un complice, il cyberbullo conquista la fiducia del target (magari proprio offrendole il suo aiuto per non subire più prepotenze!), per poi pubblicare online tutto quello che si sono detti, ridendoci su.

“Giada è molto timida e nella sua classe ha stretto pochi legami. Maria, invece, è una ragazza estroversa, divertente, che ha sempre la battuta pronta. I ragazzi le fanno una corte spudorata e le ragazze la guardano con un misto di invidia e ammirazione. 

Un pomeriggio, Giada riceve una notifica inattesa: Maria le ha scritto un messaggio su Facebook! Il cuore le palpita mentre scorre le righe: la ragazza ha composto una vera e propria dichiarazione. Dice che le dispiace vederla sempre in disparte e che, se ha bisogno di confidarsi, lei è pronta ad ascoltarla. Giada esulta e non crede ai suoi occhi: Maria vuole diventare sua amica!

Stranamente, però, il giorno dopo, Maria la saluta di sfuggita, dedicandole lo stesso tempo che le ha riservato fino a quel momento. Ma dopo un attimo Giada riceve un altro messaggio in cui Maria si scusa per non essersi fermata a chiacchierare. A scuola, dice, ci sono troppi impedimenti e distrazioni, e lei preferirebbe dedicarle tanto tempo. “Meglio parlare qui, dove abbiamo tutto il tempo del mondo".

E così inizia un bellissimo rapporto di confidenza e Giada comincia finalmente ad aprirsi. Maria, dal canto suo, la ascolta e le dà consigli, soprattutto su quella sua cotta segreta per il biondino di terza che, per fortuna, non sa niente.

Tutto va bene fino al giorno in cui Giada riceve un messaggio strano via Facebook: è Luigi, un altro suo compagno, che le indica, sul medesimo social, un gruppo pubblico dal nome sinistro. Si chiama: "Povera Giada affranta del destino". Dentro il gruppo ci sono alcuni compagni di classe, ma anche tanti estranei, e la cosa che li accomuna è il ridere a crepapelle sotto i post che vengono pubblicati. 

Sono gli screenshot delle conversazioni che Giada ha avuto con Maria, ognuno accompagnato da un commento crudele. Il momento in cui ha confessato il suo amore per il biondino viene definito "eterno e impossibile", mentre la conversazione sul suo esser timida è chiamata "la noia in persona".

Giada sente scorrere le lacrime lungo il volto. Vorrebbe parlare con Maria, chiederle perché ha fatto questo... ma quelle parole cattive le rimbombano in testa più che mai.”

L'OUTING si verifica quando il cyberbullo pubblica online a nome della vittima, delle  informazioni imbarazzanti su di lui. Spesso avviene quando la vittima lascia il computer o smartphone incustoditi e con gli accessi ai social network aperti.

“La terza B è tornata dalla gita di due giorni. I ragazzi e le ragazze sono ancora euforici per la vacanza con la scuola e non fanno che parlarne. Il gruppo di Whatsapp di classe è tempestato di foto: ognuno ne ha scattate una miriade ai compagni, e vuole condividerle per ricordare quei momenti divertenti e imperdibili appena vissuti. 

Melania, ad esempio, manda solo foto di gruppo. In gita, è stata oggetto di sbuffi continui perché faceva fermare i compagni ogni tre passi per fare uno scatto “tutti assieme”. Alice, invece, ha fatto un servizio fotografico della partita di calcio del primo giorno e i maschi apprezzano tantissimo i suoi scatti. 

Così nei giorni seguenti al ritorno, Whatsapp è pieno di foto e commenti divertiti. 

Stranamente i maschi condividono pochi scatti: sembra quasi che non abbiano fatto foto. Il silenzio viene rotto da Giacomo, uno dei più timidi della classe che, improvvisamente, posta un selfie scattato in quella che sembra essere la camera dove alloggiava con i compagni durante la gita: lo scatto lo riprende appena sveglio, con i capelli arruffati e un pigiama rosso e bianco. Assieme allo scatto, Giacomo scrive "Sono bello, vero?". La risposta non si fa attendere, e più o meno tutti rispondono con risate ed emoticon sorridenti. 

Nessuno si sarebbe mai aspettato questa improvvisa sfacciataggine da Giacomo: lui così timido e riservato, improvvisamente sta riempiendo la chat di classe con i suoi selfie. E allo scatto in gita, segue lo scatto di Giacomo che si atteggia davanti allo specchio, mentre abbraccia un cane oppure mentre mostra i muscoli in giardino. Ogni scatto ha sempre un commento orgoglioso e causa ulteriori risate. 

Ma non è Giacomo che sta mandando le foto perchè sta giocando una partita a calcio e ha lasciato il suo smartphone nello zaino. Il gesto non è passato inosservato a Luca, che ha deciso di divertirsi un po' non avendo voglia di rincorrere la palla assieme agli altri. Per questo motivo ha afferrato lo smartphone del compagno ed ha dato un'occhiata alle foto presenti nell'archivio dell'apparecchio in cerca di quelle più imbarazzanti o buffe. Una volta selezionate, ha dato inizio alla condivisione e ogni volta che invia un nuovo scatto, Luca sogghigna divertito pensando che sia uno scherzo favoloso. 

Giacomo intanto, noncurante di quello che sta accadendo al suo smartphone, ha appena segnato un gol. Era tanto che non gli capitava ed esulta felice abbracciando il suo amico Marco.

Peccato che non sappia ancora che, il giorno dopo, sarà chiamato "Fissato dei selfie" da tutta la classe e che quell'odioso soprannome non lo abbandonerà per i mesi a venire.”

L’ EXPOSURE vuol dire rivelare informazioni, veritiere o estorte, oppure particolari che riguardano la vita privata di qualcuno senza che questi abbia la possibilità di rimediare. In questo caso non si tratta però di vere e proprie confidenze fatte da parte della vittima. 

SEXTING

Già dagli 11 anni di età,  in tanti sono i ragazzi tentati dalla moda di scattarsi selfie intimi, senza vestiti o a sfondo sessuale e di inviare le immagini o i video al proprio fidanzatino, agli amici, nelle chat di gruppo. Si chiama sexting e parliamo di una pratica messa in atto abitualmente dal 6% dei preadolescenti dagli 11 ai 13 anni, di cui il 70% è costituito da ragazze. I numeri salgono al crescere dell’età: infatti, tra i 14 e i 19 anni, la proporzione è di circa 1 adolescente su 10. 

Il termine deriva dall’unione di sex (sesso) texting (pubblicare testo) e indica lo scambio o la condivisione di testi, video o immagini sessualmente espliciti che spesso ritraggono se stessi. Spesso gli adolescenti scambiano questo comportamento per un gioco che può però avere risvolti tali da alterare significativamente la loro vita ed esplodere in situazioni drammatiche. Nel sexting è la dimensione della fiducia ad essere mal interpretata e confusa. I ragazzi che diffondono le loro immagini pensano di potersi fidare ciecamente dei loro amici ma vengono traditi nel momento in cui a causa di litigi o altre motivazioni la relazione si interrompe e le immagini vengono diffuse. Gli adolescenti che postano selfie provocanti non decidono in autonomia l’immagine che vogliono dare di sé ma assecondano ciò che gli altri desiderano vedere in loro (figure ammiccanti e più grandi della loro età). Tale fenomeno alimenta la frattura tra la dimensione sessuale e quella del sentimento. Ha più a che fare con l’esibizione di sé stessi che con l’espressione delle emozioni dal momento che favorisce l’esibizione pubblica di comportamenti sessuali automatizzati in una sfera che è sempre stata privata. 

Revenge porn: ci si vendica anche degli amici 

Le ragazze, quindi, sono la categoria più a rischio dal punto di vista della diffusione di materiale intimo e privato e spesso sono anche vittime della cosiddetta revenge porn (la ‘vendetta pornografica’). Questo fenomeno si verifica quando l’ex partner si vendica per essere stato lasciato o tradito, pubblicando sui social o nelle chat materiale di natura sessuale, al solo scopo di procurare danno all’altra persona e di esporla alla pubblica gogna. Può succedere anche nelle amicizie, dove ci si vendica di un torto subito inviando contenuti intimi. Le conseguenze, non solo psicologiche ma anche sociali, sono spesso devastanti per le vittime, anche per quelle che non arrivano al gesto estremo del suicidio.

Ma quali sono gli aspetti caratteristici di questo tipo di comportamento?

  • Fiducia: spesso i ragazzi/le ragazze inviano proprie immagini o video nudi o sessualmente espliciti perché si fidano della persona a cui stanno inviando il materiale. Mostrano una scarsa consapevolezza che quello stesso materiale, se il rapporto (amicale o di coppia) dovesse deteriorarsi o rompersi, potrebbe essere diffuso come ripicca per quanto accaduto.

  • Pervasività: le possibilità che offrono i telefonini di nuova generazione permettono di condividere le foto proprie o altrui con molte persone contemporaneamente, attraverso invii multipli, condivisione sui social network, diffusione online; 

  • Persistenza del fenomeno: il materiale pubblicato su internet può rimanere disponibile online anche per molto tempo. I ragazzi, che crescono immersi nelle nuove tecnologie, non sono consapevoli che una foto o un video diffusi in rete potrebbero non essere tolti mai più.

  • Non consapevolezza: i ragazzi spesso non sono consapevoli di scambiare materiale pedopornografico.

Il bisogno di apparire e di «essere visti» contribuisce a spiegare non solo l’impennata nelle iscrizioni ai social network, ma anche l’incessante bisogno di farsi dei selfie.

Da una recente ricerca condotta su più di 15000 adolescenti italiani (2014), uno/a su 4 se ne fa almeno uno al giorno, l’85% ne condivide almeno qualcuno sui social ed il ricorso ai programmi di fotoritocco prima di postare le proprie foto (53%, ovvero 1 ragazzo/a su 2) (Doxa kids, 2014).

La stessa ricerca ha evidenziato che il 36% dei ragazzi conosce qualcuno che ha fatto sexting e il 13% dei ragazzi si è iscritto o ha scaricato una app di incontri (tra i maschi 17%).

Da una ricerca recente (2013) di una helpline europea (Kids Help Phone) con i propri utenti, è emerso che essi sono soliti fare sexting per (in ordine dal più al meno comune):

  •  per divertirsi o per il piacere sessuale: “lo faccio per divertirmi”

  •  come risultato della pressione di altri: “lo faccio perché mi è stato chiesto ripetutamente”

  •  per regalare qualcosa di sè a una persona che piace:  “lo faccio per il/la mio/a ragazzo/a”

  •  per esplorare la propria sessualità: “ero curioso/a”

  •  come scherzo o per combattere la noia: “è un gioco tra amici”

E’ importante sapere inoltre che il fenomeno interessa sia i ragazzi che le ragazze, anche se sono prevalentemente i ragazzi sia a inviare che a ricevere sms/mms a sfondo sessuale. 9 genitori su 10 ritengono invece impossibile che il figlio possa spogliarsi e mettere sue immagini/video online (fonte: Eurispes, 2012).

SEXTORTION

Il Sextortion, o ricatto sessuale, consiste nel minacciare di rendere pubbliche le informazioni private di una vittima a meno che questa non paghi dei soldi all’estorsore. In un’era digitale come la nostra, le informazioni potrebbero includere frammenti di messaggi di testo sessuali (sexts), foto private e anche video. I criminali generalmente chiedono denaro anche se a volte cercano materiale ancor più compromettente (inviaci altro o rendiamo tutto pubblico). La maggioranza dei target non sono adolescenti - secondo la polizia, nel 2017 a fronte di più di mille vittime maggiorenni solo 25 hanno tra i 14 e i 18 anni, anche se su questa statistica potrebbe pesare la tendenza dei giovanissimi a non chiedere aiuto alla polizia - perché si tratta di quella parte della popolazione che non ha soldi da gettare al vento. Nonostante questo restano l'obiettivo perfetto perché nell'adolescenza ci si trova a coltivare nuovi tipi di rapporti, solitamente senza alcun tipo di guida. Il risultato può essere il sogno di un cybercriminale: tante informazioni che dovrebbero essere protette, ma che non lo sono e che appartengono a gente vulnerabile dal punto di vista emotivo e che si vergogna facilmente. Le vittime temono la condanna pubblica; chiedere aiuto vorrebbe dire rivelare segreti che cercano di nascondere disperatamente. E gli adolescenti sono molto vulnerabili. Il sextortion può provocare seri danni psicologici o anche tentativi di suicidio (almeno quattro quelli documentati in Italia).


LE ARMI DEL CYBERBULLO:

WARNING WARS: guerre di segnalazioni, spesso false, per ottenere la chiusura dell’account del target (utilizzato soprattutto nei casi di exclusion).

SCREEN NAME: denigrare il target spacciandosi per esso/a, utilizzando un username simile

TEXT WAR: gruppo che si coalizza contro un singolo e invia centinaia di sms dal numero di telefono del target

INTERNET ROLLING: Creazione di sondaggi online finalizzati a offendere qualcuno. (es: «chi è il compagno di classe più sfigato»)

E-MAIL E ISTANT MESSAGING: le vittime vengono inserite tra gli utenti di siti pubblicitari o porno.